Tra le attività più singolari praticate nella Parigi degli anni 1880 si annoverava quella dell’allevatore di vermi, un mestiere oggi quasi scomparso ma allora relativamente diffuso, in particolare nella zona di Montmartre, che all’epoca conservava ancora un carattere marcatamente rurale.
Prima dell’integrazione definitiva nella città (1860), Montmartre era infatti un territorio punteggiato da vigne, campi di cereali e terreni incolti, condizioni che favorivano lo sviluppo di attività legate all’agricoltura e alla gestione dei rifiuti organici.
La pratica dell’allevamento dei vermi era tecnicamente semplice ma richiedeva un’organizzazione precisa.
L’allevatore individuava un terreno non edificato, vi scavava una grande cavità e la riempiva con terra di buona qualità mescolata a abbondante letame.
In sostanza, si trattava di una forma primitiva (ma già sorprendentemente efficiente) di compostaggio.
All’interno di questa fossa, l’ambiente organico in decomposizione forniva nutrimento ideale per la proliferazione dei vermi, risorsa molto richiesta per la pesca, l’agricoltura e talvolta per l’alimentazione di animali da cortile.
Per sostenere la produzione, l’allevatore dipendeva da un piccolo esercito di raccoglitori incaricati di procurare materiale organico.
Questi ultimi setacciavano le vigne circostanti, i giardini privati e persino i boschi più distanti alla ricerca di residui vegetali, fogliame, scarti agricoli e qualsiasi elemento utile all’alimentazione dei vermi.
L’attività costituiva una fonte di guadagno non trascurabile per i lavoratori più modesti: essi venivano remunerati circa 5 sous alla livre, ossia l’equivalente di circa 25 centesimi per mezzo chilo di vermi raccolti o prodotti.
L’allevatore, dal canto suo, rivendeva il prodotto finale a circa 1 franco per la stessa quantità, ottenendo così un margine di profitto significativo, che rendeva questa attività rurale urbana particolarmente redditizia.
Il mestiere riflette bene l’economia parigina dell’epoca, caratterizzata da una sorprendente coesistenza di attività preindustriali e di processi di modernizzazione crescente.
Si tratta dunque di un esempio emblematico di microeconomia urbana del tardo XIX secolo, che mostra come, anche in una metropoli in rapida trasformazione, persistessero pratiche tradizionali capaci di adattarsi alle condizioni locali e di generare nuove forme di sostentamento per le classi popolari.
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